Poe, il vampiro.
Nel suo libro sulla letteratura classica dell’America [ vedi qui], che solo a proposito di Poe tocca giusto, D.H.Lawrence parla, per Poe di vampirismo. [...] Vampiro significa che un essere succhia la vita da un altro essere: chiacchera chiacchera; e spezza, succhia, canta; analizza e canta; conosce, consuma, s’imbiba e canta. Così è l’amore degli uomini che vogliono amare, un bisogno della volontà, accanimento per non morire, rifiuto di accettare la morte e la natura: e diventa un festino di membra su un cadavere. Tipico estremo, in Berenice, colui che ama strappa i denti al cadavere amato; perché quei denti sono, come lui stesso dice, e in francese, des idées: parte di conoscenza. E il racconto, la poesia nel racconto, è l’inno di ciò, la consumazione vampirica.
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L’uomo del secolo, deluso, debole, vuoto di vita, pieno solo di volontà, perversità diciamo, non può, nell’America di Poe, mondo nuovo, non essere un vampiro. Egli succhia vita e si salva. E Poe scrive il canto, prima strofe o ultima, del suo delirio di salvezza. Più americano di quello che si sia mai creduto, ci conduce per le strade del vampirismo verso avventure gratuite di mari e di isole, giochi della mente che si libera, fino a essere nuovo, , “dal volto velato, di proporzioni assai più grandi che ogni altro abitatore della terra”. Cito il Gordon Pym: “e il colore della sua pelle era il bianco perfetto della neve”.
VITTORINI ELIO, Americana vol I, Milano, 1941.