The narrative of Gordon Pym. Un saggio, parte II
È quasi certo che lo spunto primario della Narrative derivi da un fatto di cronaca apparso in un quotidiano. Poe avrebbe incontrato, tra le notizie riportate dai giornali della città vicina di Norfolk, l’Herald e il Beacon, la cronaca di un naufragio che sarebbe, in seguito, divenuto il nucleo originario del romanzo. È risaputo, infatti, che Poe fosse un accanito lettore delle recensioni relative ai propri lavori, ed è quindi molto probabile che s’interessò di alcuni commenti ad un’edizione del Messenger redatta da lui stesso, comparsi nei due quotidiani di Norfolk. Come giustamente annota Richard Koepley:
Poe would have encountered in the Beacon, on February 18, 1836 – one day after a very positive review of the February issue of the Messenger – and in the Herald, on February 19, 1836 – adjacent to a highly favorable review of the same issue – a first hand account of the destruction in a storm at sea of a Norfolk vessel named the Ariel, and the escape and rescue of two men who had been on board.[1]
L’obiettivo principale che l’autore si propose, scegliendo quest’argomento, deve essere ricondotto al desiderio di suscitare l’attenzione del pubblico attraverso una materia accattivante ed estremamente popolare nella prima metà dell’ottocento. Le regioni antartiche erano, infatti, l’ultima vera terra incognita in un globo esplorato quasi nella sua totalità e numerosi furono i viaggi di ricerca che si susseguirono verso le estreme latitudini polari.
Nei primi tre decenni del secolo, bollettini di missioni scientifiche e semplici dicerie marinaresche si accavallarono gli uni alle altre, contribuendo a rendere l’Antartide e i mari dell’estremo sud ancora più misteriosi di come poterono sembrare in realtà ai primi esploratori.
Poe dovette avere ben in mente numerosi reportage di avventurieri e navigatori quando si accinse alla prima stesura del Pym: egli lesse sicuramente i resoconti del capitano Cook e di Benjamin Morrell, ma entrò in contatto anche con molti altri testi. La primaria intenzione di Poe fu quella di «confezionare un romanzo d’appendice che sfruttasse ambiguamente (giocando cioè sulla presunta o meglio possibile veridicità delle avventure narrate) il crescente interesse per le spedizioni antartiche)»[2].
La seconda ragione per cui Poe scelse il frammento della distruzione dell’Ariel è strettamente legata al nome stesso del vascello. Ariel, infatti, avrebbe potuto evocare numerose suggestioni nel literary audience americano. Come mette in evidenza Koepley «Poe would have been reminded of James Fenimore Cooper’s Ariel in The Pilot, Percy Bysshe Shelly’s boat Ariel, John Milton’s Ariel in Paradise Lost, and William Shakespeare’s fairy Ariel in The Tempeste (a part once played by Poe’s mother, Eliza) »[3].
Fu questa coesione tra argomento di interesse popolare e possibilità di evocazioni letterarie a convincere Poe delle potenzialità dell’estratto giornalistico. In questo modo egli sperava di raggiungere i più diversi strati di pubblico e creare un’opera che gli avrebbe dato il successo così a lungo agognato, ma mai, d’altro canto, pienamente raggiunto in vita.
Un’ulteriore motivazione sottesa alla scelta della materia marinaresca può essere ricercata nella speranza di «attending the popular success of Defoe or Cooper or Micheal C.Scott with Tom cringle’s log (1833)» [4], ma, soprattutto, il giovane Poe dovette sentirsi estremamente incoraggiato dagli unanimi consensi con cui fu accolta la sua prima sea novel, MS Found in a Bottle, racconto contenente in embrione numerose tematiche che sarebbero state sviluppate nella Narrative.
[1] Ivi p. ix
[2] M Mari, Introduzione, in Edgar Allan Poe, Storia di Gordon Pym: Milano, edizioni BUR, 1994, p. 1
[3] R Koepley, Introduction in The narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket, a cura di Richard Koepley, USA, Penguin books, 1999, p. ix
[4] R Koepley, Introduction in The narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket, a cura di Richard Koepley, USA, Penguin books, 1999, p. iv